Indagini Kinesiologiche

scritto il 30 gennaio 2010 da Dr. Elio Sermoneta |  nessun commento

Autore: Gruppo di Ricerca del Dr. Elio Sermoneta per le Applicazioni WHITE®

Le terapie effettuate con le acque informate, secondo la metodica del Dr. Elio Sermoneta, si basano in gran parte sull’uso di tecniche note col nome di “kinesiologiche” od anche “radiestesiche” mediante le quali è possibile effettuare oltre che l’anamnesi sia la diagnosi e molto probabilmente anche la terapia.

Come è possibile che ciò avvenga? Quali sono i meccanismi che sottintendono questi fenomeni di collegamento e di trasmissione di risposte a domande specifiche dell’esaminatore riguardanti aspetti della salute nonché della personalità dell’esaminato, sia che sia presente, od anche in sua assenza?

Benché la kinesiologia venga utilizzata anche in altri campi, come ad esempio nell’osteopatia, e sia comunque riconosciuta come una metodica di indagine, resta intorno ad essa un fattore di dubbio ed un interrogativo del perché essa funzioni.

Si dovrebbe riconoscere che la circostanza di una patologia risolta debba necessariamente assolvere anche la metodica utilizzata –in questo caso appunto il test kinesiologico– ma resta comunque un alone di mistero che mal si concilia con le rigorose attenzioni scientifiche che normalmente caratterizzano le terapie della medicina convenzionale.

Si è voluto pertanto effettuare uno studio sul presente argomento per tentare di soddisfare la necessità di chiarezza riguardo ad una pratica tanto misconosciuta quanto di indubbia efficacia.

Le risposte si possono sintetizzare in direzioni che possiamo circoscrivere in:

  • una fisologica;
  • una fisica;
  • una filosofica.

Fisiologica perché riguarda processi ravvisabili nel comportamento del sistema cellulare degli organismi viventi, in particolare nel sistema nervoso centrale e periferico. È ad opera del S.N.C. e del S.N.P. che riceviamo stimoli, da cui deduciamo informazioni, che il cervello elabora, memorizza, permettendo alla mente di intelligere i significati.

Ma come li riceve, attraverso quale canale di comunicazione?

Attività elettrogenetica delle cellule e campi elettrogenetici generati.

L’attività elettrochimica dei neuroni cerebrali genera campi che si irradiano sulla pelle. Questi campi possono essere registrati con moderne apparecchiature e ritrasmessi ad un computer permettendo a persone paraplegiche di lavorare con la sola forza del pensiero. Da qui la trasmissione da una persona ad un’altra quando un operatore esercita test neuro-muscolari con uno o più arti del paziente. La concentrazione dell’attenzione dell’operatore su una domanda intenzionale e l’esecuzione del test nel quale la variazione della contrazione muscolare viene interpretata come risposta on/off -si/no- quantizzata con scale di misura convenzionali standardizzate.

Il discorso cambia quando le domande che verbalmente o mentalmente l’operatore pone, sono di significato sconosciuto all’esaminato; e, si complica ulteriormente quando si fanno domande relative a persone che non sono presenti ai test.

È risultato subito evidente che la fisiologia non poteva fornire tutte le risposte necessarie. È vero che la domanda del terapeuta può stimolare alcune aree cerebrali dove il contenuto dell’inconscio viene manifestato con diverse tensioni muscolari che il terapeuta può interpretare.

Si è quindi ritenuto di doversi indirizzare in un ambito diverso dalla fisica classica, che è la fisica sulla quale si basa, con la chimica, la medicina occidentale, e cioè la fisica quantistica. In essa si possono riscontrare principi di conoscenza che sembrano far luce su fenomeni non altrimenti spiegabili ed è quindi sembrato legittimo effettuare un escursus in tale ambito.

Nella conferenza del 29 ottobre 2005, ma anche in altre precedenti occasioni, a Reggio Emilia sull’argomento “Vita, Morte, Energia” il prof. Emilio Del Giudice, fisico quantistico dell’Università di Milano, ha affermato, fra l’altro, che il concetto di vuoto, così come concepito dalla fisica classica, non è sostenibile.

Il “vuoto”, quindi, inteso come assenza di qualunque cosa, non esisterebbe. Nel cosiddetto “vuoto” si troverebbero viceversa le fluttuazioni elettromagnetiche che, del resto ed in estrema sintesi, non sarebbero neppure soggette al tempo ed allo spazio. Tale principio, di conseguenza, dimostrerebbe la ragione per la quale, in generale, una informazione, nella sua configurazione oscillatoria, possa essere diffusa in modo istantaneo ed, in particolare nei tessuti biologici, il motivo per il quale il messaggio chimico od elettrico pervenga nel punto di destinazione senza alcun ritardo di comunicazione. L’immediatezza della risposta non troverebbe altrimenti una dimostrazione sufficiente nell’ambito della fisica classica.

Tornando quindi alla tesi quantistica di cui sopra si potrebbe ipotizzare che l’attività di testare con la metodica in argomento si collega con l’attività cerebrale e nervosa ma come ultimo anello di una catena dove tale attività si rappresenterebbe come semplice captazione di segnali provenienti dal vuoto, nel nuovo concetto sopra indicato. Tali segnali, sotto forma di fluttuazioni elettromagnetiche, sono in esso presenti -indipendenti dal tempo e dallo spazio e pertanto disponibili sempre e dovunque- con il risultato che le informazioni, che del resto si identificano con le fluttuazioni medesime, possono essere recuperate in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo quanto meno per il presente che per il passato.

Rimarrebbe quindi dimostrabile anche la ragione per la quale una domanda verbalmente inespressa possa ottenere ugualmente risposta: l’attività mentale dell’operatore infatti, rappresentabile come segnale elettromagnetico diretto alla banca dati contenuta nel vuoto quantistico, non necessita di essere intellegibile al soggetto sottoposto a test, in quanto resta sufficiente la sua capacità di captazione nervosa delle risposte provenienti dall’etere. Idem dicasi per le indagini effettuate su soggetti lontani.

A questo punto resterebbe da chiarire il fattore di errore che è comunque presente, in misura variabile, nei test di cui si parla. E’ stato stimato che il test kinesiologico è mediamente esatto al 75%. Si può dire che è una buona percentuale che del resto non si differenzia molto –secondo fonti statistiche– con le percentuali di errore che si possono riscontrare sui risultati che vengono prodotti con l’uso di macchinari scientifici.

L’errore ad ogni modo è sempre causato dal fattore mentale/emozionale di chi effettua il test o/e di chi viene sottoposto al test medesimo. Quanto precede dimostrerebbe il motivo per il quale maggiori indici di precisione vengano ottenuti nei riguardi di test su soggetti non presenti in quanto l’assenza rappresenta anche la mancanza di un possibile fattore mentale inquinante.

Si può concludere affermando che un test kinesiologico corretto avviene quando almeno il terapeuta è in sufficiente controllo dei suoi fattori emozionali ed è in grado di escludere le proprie convinzioni personali riguardo all’indagine da effettuare. Tale capacità del resto deve comunque far parte degli aspetti che si configurano nella generale potenzialità e abilità terapeutica di un medico.

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