La controversa questione della memoria dell’acqua

scritto il 14 giugno 2012 da WebMaster |  un commento  

Articolo di G. Parisi (Università degli studi di Napoli Federico II)
Pubblicato su Biologi Italiani, Anno XLII – N. 1/2, Gennaio-Febbraio 2012 (Organo Ufficiale dell’Ordine Nazionale dei Biologi)

Nel lontano 30 giugno 1988 Jaques Benveniste (1935-2004), medico e immunologo francese, professore all’Université Paris-Sud, di Clamart, direttore della unità 200 dell’organizzazione di ricerca medica INSERM (Institut National de la Santé e de la Recherche Médicale), pubblicò su Nature i risultati di una ricerca compiuta in collaborazione con studiosi israeliani, italiani, canadesi. Nel lavoro, dal titolo: Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE, si sosteneva che estreme diluizioni in acqua di un particolare antisiero (diluito oltre 120 volte) producevano esattamente lo stesso effetto determinato dall’antisiero in condizioni normali e cioè determinavano la degranulazione dei granulociti basofili (una classe di globuli bianchi del sangue che interviene nei meccanismi di difesa immunitaria).

Si concludeva, pertanto, che i granulociti basofili potevano essere attivati, così da produrre una risposta immunologica, da una soluzione estremamente diluita di antisiero che si poteva considerare praticamente esente da quest’ultimo. Le molecole d’acqua in qualche modo sembrava  possedessero una specie di memoria degli anticorpi con cui precedentemente erano venute in contatto, cosicché anche quando anticorpi praticamente non erano più presenti in soluzione si manifestava l’effetto biologico.

Tali risultati sembravano convalidare per la prima volta su base scientifica i principi della medicina omeopatica di Samuel Hahnemann (1755-1843) secondo cui un prodotto omeopatico, diluito all’ennesima potenza, non ha più molecole del principio attivo primario, ma conserva l’informazione di quel principio.

Siffatte sconvolgenti conclusioni suscitarono l’incredulità di molti scienziati, compresi alcuni membri del comitato di controllo della rivista Nature, i quali, dopo un lungo procedimento di revisione dell’articolo, proposero che i risultati sperimentali di Benveniste dovessero essere sottoposti ad un rigoroso controllo in tre indipendenti laboratori prima di essere pubblicati.

Questa decisione determinò una ferma protesta di Benveniste per cui si giunse ad una soluzione di compromesso. Nature pubblicò l’articolo in questione accompagnato, però, da una nota, dell’editore John Maddox, nella quale si diceva che probabilmente i lettori avrebbero potuto condividere l’incredulità dei referees i quali, sebbene avessero attentamente revisionato il lavoro ritenevano che al momento l’attività biologica ipotizzata non potesse essere spiegata su basi fisiche. Inoltre, si annunciava, che con la collaborazione dello stesso Prof. Benveniste, alcuni qualificati ricercatori avrebbero assistito ad una ripetizione dell’esperimento in questione ed avrebbero pubblicato al più presto un circostanziato rapporto.

Fu così costituita una commissione di controllo, composta da John Maddox, Walter Stewart e James Randi, la quale, avendo concluso che gli esperimenti di Benveniste non fossero attendibili e paventando tra le righe addirittura una consapevole falsificazione dei dati, redasse un rapporto che fu pubblicato su Nature nel mese di luglio 1988 dal titolo: “High-dilution” experiments: a delusion.

Siffatto rapporto, però, non pose immediatamente termine al dibattito tra taluni sostenitori del lavoro di Benveniste e buona parte del restante mondo scientifico.

Al fine di spiegare come potesse essere prodotto l’ipotizzato effetto che comportava una possibile memoria dell’acqua, Benveniste cominciò con il sostenere che l’acqua poteva agire come uno stampo per le molecole (anticorpi, come riportato nel suo lavoro), grazie ad una rete di ponti idrogeno, oppure grazie a non ben specificati campi elettrici e magnetici. Qualche anno più tardi, Benveniste, rifacendosi ancora una volta al suo originario lavoro secondo il quale mano a mano che le varie diluizioni escludevano la presenza della molecola in esame il segnale rimaneva attivo, concluse che a ciascuna molecola attiva corrispondeva un segnale elettromagnetico.

Una siffatta ipotesi contribuì a che i fisici, i chimici, nonchè i biologi intensificassero le loro ricerche sulle numerose e incredibili proprietà dell’acqua che, nei tre stati della materia (solido, liquido e gassoso), si distingue dalla maggioranza dei composti chimici.

Ricerche che continuano tuttora e che hanno svelato sempre nuove proprietà dell’acqua. Recentemente, ad esempio, si è riusciti a separare l’orto-acqua dalla para-acqua che si è dimostrato essere stati in cui i due nuclei dell’idrogeno che formano la molecola hanno il momento angolare anti-parallelo o parallelo.

Per quanto riguarda, invece, le ricerche tendenti a convalidare l’originario esperimento di Benveniste, non essendosi ottenute prove definitive e soddisfacenti, nel dicembre del 1993 fu pubblicato su Nature uno studio dal titolo emblematico, identico a quello di Benveniste, ma con un is not aggiunto al titolo: Human basophil degranulation is not triggered by very dilute antiserum against human IgE. Sembrava così che si fosse posto definitivamente fine alla controversa questione della memoria dell’acqua.

Piuttosto recentemente, però, Luc Montagnier, virologo francese, professore presso l’Istituto Pasteur di Parigi, premio Nobel per la medicina nel 2008 per la scoperta nel 1983 del virus HIV, ha affermato di avere le prove sperimentali che conferirebbero basi scientifiche all’omeopatia. Seconto Montagnier, infatti, le molecole hanno la capacità di mantenere inalterate le proprie capacità biologiche anche se fortemente diluite nell’acqua, grazie alle proprietà elettromagnetiche dell’acqua.

Le conclusioni a cui sembra essere giutno Montagnier essenzialmente derivano da quanto riportato in due suoi lavori, pubblicati nel 2009, che rispettivamente si intitolano: Electromagnetic Signals Are Produced by Aqueous Nanostructures Derived from Bacterial DNA Sequeces ed Electromagnetic Detection of HIV DNA in the Blood of AIDS Patients Treated by Antiretroviral Therapy. Siffatti lavori sono stati pubblicati dalla rivista: Interdisciplinary Sciences Computational Life Sciences, stampata in Cina, il cui direttore editoriale è Montagnier.

Le ricerche, di cui si fa cenno nei menzionati lavori, hanno preso spunto dallo studio del comportamento di un piccolo batterio, il Mycoplasma pirum, che frequentemente si accompagna all’HIV.

Il Mycoplasma pirum è stato isolato e purificato da una coltura di cellule mononucleari di sangue periferico (PBMCs o peripheral blood mononuclear cells) ottenuta da sangue di pazienti infetti dal virus dell’immunodeficienza umana tipo 1 (HIV o human immunodeficiency virus).

Solitamente iil Mycoplasma pirum viene coltivato nel terreno sintetico opportunamente arricchito SP-4 (Spiroplasma medium) nella forma bifasica (terreno solido ricoperto da terreno liquido).

Una prima sorprendente osservazione di Montagnier sarebbe consistita nel fatto che avendo filtrato, attraverso filtri Millipore aventi una porosità di 100 nm o di 20 nm,, il sopranatante di una coltura di linfociti umani infetta da Mycoplasma pirum, un batterio della dimensione di circa 300 nm, nel filtrato, teoricamente sterile, allorchè incubato con una coltura di linfociti T umani attivati (precedentemente controllati perchè non fossero infetti dal micoplasma), si notava rigenerazione dell’originario batterio entro 2-3 settimane.

Il fatto che il filtrato fosse sicuramente sterile per il batterio in esame era confermato sia da una semplice PCR, si da una nested-PCR eseguite utilizzando primer derivati non soltanto da geni ribosomali del Mycoplasma pirum, ma anche dal gene che codifica l’adesina, un polipeptide che media l’aderenza del micoplasma ai linfociti.

Inoltre, come mostrato nello schema in figura 1 fornito da Montagnier, il filtrato, incubato nel terreno SP-4, risultava sterile dopo 21 giorni.

Analogamente la filtrazione di un fluido biologico, contenente particelle di HIV del diametro di 100-120 nm, attraverso filtri aventi una porosità di 20 nm, non impediva che nel filtrato si rigenerassero particelle di HIV.

Siffatti inspiegabili risultati hanno portato Montagnier a chiedersi quali informazioni venissero trasmesse nel filtrato acquoso. Secondo quando ipotizzato da Montagnier i filtrati in questione, allorchè appropriatamente diluiti, avrebbero la capacità di produrre onde elettromagnetiche di bassa frequenza (EMS o electromagnetic signals).

L’emissione di tali onde probabilmente potrebbe essere dovuto ad un fenomeno di risonanza stimolata da uno sfondo elettromagnetico ambientale. Siffatta emissione sarebbe associata con la presenza nei filtrati diluiti ed opportunamente agitati di nanostrutture polimeriche di definita dimensione capaci di generare EMS misurabili. L’apparecchiatura impiegata per studiare la produzione di segnali elettromagnetici emessi dai filtrati diluiti, comprende un solenoide il quale cattura la componente magnetica delle onde prodotte dai filtrati in esame posti in una provetta e converte tali segnali in correnti elettriche che vengono opportunamente amplificate ed analizzate con uno specifico software di un PC portatile.

Filtrati derivati da cellule non infettati, usati come controllo, sembra non producano EMS, avvalorando l’ipotesi che i segnali elettromagnetici registrati siano generati da nanostrutture derivate da microrganismi patogeni piuttosto che da cellule del sangue.

Secondo quanto riportato da Montagnier sarebbero state registrate onde elettromagnetiche di frequenza molto bassa [ ULF (Ultra Low Frequency) 400-3000 Hz] in alcune diluizioni di filtrati (100 nm, 20 nm) di colture di microrganismi (virus, batteri). Analoghi risultati si sarebbero ottenuti da DNA estratto e diluito in acqua derivato dai microrganismi in precedenza saggiati. I segnali elettromagnetici non sarebbero correlati linearmente con il numero iniziale di cellule batteriche prima della loro filtrazione. Gli EMS sarebbero stati rilevati solo in alcune alte diluizioni acquose dei filtrati. Diluizioni comprese tra 10-9 e 10-18.

Proseguendo le sue ricerche, Montagnier avrebbe trovato che frammenti di DNA di alcuni batteri patogeni sono capaci di generare EMS. Nel caso del Mycoplasma pirum, non soltanto il gene che codifica per l’adesina sarebbe stato in grado di generare EMS, ma anche frammenti di questo gene sarebbero in grado di generare EMS. Un risultato, quest’ultimo, il quale potrebbe essere sufficiente per generare tali segnali, caratteristica che sembrerebbe possa essere estesa ad altri DNA batterici e virali.

Segnali elettromagnetici di bassa frequenza sarebbero stati generati da corte sequenze di DNA in soluzioni acquose diluite del virus HIV (ad esempio 104 coppie di basi). Alcuni batteri non produrrebbero EMS, in particolare i batteri probiotici come il Lactobacillus. Non sarebbe ancora chiaro se l’RNA di particelle virali (virus dell’influenza oppure dell’epatite C) siano oppure no capaci di generare EMS.

Nel caso dell’HIV, gli EMS non sarebbero prodotti dall’RNA oppure da particelle virali, ma dal DNA provirale presente nelle cellule infette. Il trattamento dei filtrati esaminati con RNasi A, DNasi I, lisozima e proteinasi K in sodio dodecilsolfato 1% a 56°C per 1 h sembrerebbe non sopprimere l’emissione di segnali elettromagnetici.

Da questi risultati Montagnier ha ipotizzato che il DNA dei microrganismi studiati, presente nei filtrati, avrebbe la capacità di generare nanostrutture in soluzioni acquose emittanti specifiche onde elettromagnetiche a bassa frequenza, per risonanza con bande presenti nel rumore elettromagnetico di fondo.

Un fenomeno dovuto al fatto che il DNA rilascerebbe nell’acqua nanostrutture in grado, se opportunamente eccitate, di emettere onde elettromagnetiche. Inoltre, il fatto che il trattamento enzimatico distruttivo delle sequenze polinucleotidiche sembrerebbe non inibire la produzione di onde elettromagnetiche sarebbe una ulteriore prova, secondo Montagnier, del fatto che le nanostrutture prodotte non sono aggredibili da enzimi che degradano il DNA.

L’emissione di onde elettromagnetiche sarebbe, invece, irreversibilmente eliminata dal riscaldamento dei filtrati (70°C per 30′), mentre non avrebbe effetto il raffreddamento a -20°C o -60°C, così come il trattamento con DMSO (Dimethyl sulfoxide) al 10% ed una soluzione al 10% di formaldeide.

Il trattamento con cationi di litio che, come è noto, incide sui legami idrogeno delle molecole di acqua, riduce ma non abolisce l’emissione di segnali elettromagnetici.

Sostanzialmente, dunque, il DNA sarebbe in grado di trasferire informazioni sulla propria struttura attraverso nanostrutture fatte di acqua, originate dalla interazione che si stabilirebbe tra l’originale materiale biologico (DNA) e l’acqua. Secondo Montagnier, pertanto, il DNA avrebbe la capacità di inviare una sorta di impronta elettromagnetica di se stesso a fluidi e a cellule, usando la struttura dell’acqua come medium. Grazie a queste proprietà, alcuni enzimi sarebbero poi in grado di riprodurre per il 98% copie del DNA originario partendo da questa impronta.

Questi straordinari risultati comunicati da Montagnier, al momento, sono stati fortemente criticati da buona parte dell’ambiente scientifico internazionale il quale ritiene che non siano supportati da una quantità sufficiente di dati affidabili e da prove incontrovertibili di riproducibilità, siano stati ottenuti con una non adeguata strumentazione, sarebbe in contrasto con alcuni principi basilari della chimica e della fisica. Sembra assurdo, ad esempio, l’ipotesi che le molecole di acqua, collegate da legami idrogeno che durano soltanto circa un pirosecondo (10-12 secondi) prima di rompersi e di riformarsi, possano in qualche modo aggregarsi in durevoli strutture recanti l’impronda del DNA.

A fronte di un piuttosto diffuso scetticismo, essenzialmente diffuso tra i biologi, fondato sulla difficoltà di verifica del contenuto delle affermazioni di Montagnier, alcuni chimici (tra questi il prof. Vittorio Elia del Dipartimento di Chimica dell’Università di Napoli) e principalmente alcuni fisici (tra questi il gruppo di lavoro guidato dal prof. Emilio del Giudice operante presso l’Istituto di Fisica Nucleare dell’Università di Milano) hanno intrapreso ricerche tendenti a sostenere la controversa questione della memoria dell’acqua.

Tenuto conto che numerosi studi di fisica indicano che le molecole d’acqua possono formare labili aggregati o polimeri attraverso legami idrogeno, ma potrebbero anche organizzarsi in cluster in base ai campi elettromagnetici ai quali vengono esposte, Del Giudice ha proposto che l’acqua possa essere organizzata in reti di domini di coerenza che coinvolgono milioni di molecole di acqua che potrebbero avere le dimensioni delle proposte nanostrutture di Montagnier.

D’altra parte, tenuto conto che le molecole di acqua, saldamente legate alla doppia elica di DNA attraverso legami idrogeno, contribuiscono alla stabilità di quest’ultimo mediante interazioni diverse per ciascuna base, hanno portato Del Giudice a ipotizzare che le nanostrutture di Montagnier potrebbero automantenersi attraverso le onde elettromagnetiche che emettrono precisamente conservando l’informazione genetica del DNA.

La capacità dell’acqua di trattenere e propagare informazioni potrebbe essere spiegata, secondo Del Giudice e collaboratori, con la teoria quantistica dei campi. Una teoria di per sé non lineare e quindi in grado di fornire gli strumenti più adatti per descrivere un insieme complesso di processi anch’essi non lineari, come quelli legati alle proprietà fisiche dell’acqua.

Le molecole di acqua conserverebbero una geometria molecolare correlata agli alementi chimici con cui entrano in contatto. In questi domini di coerenza, che avrebbero una dimensione di decine di micron, milioni di molecole oscillerebbero all’interno di un campo elettromagnetico di tipo coerente, protetto da legami di idrogeno con entropia costante all’interno.

È evidente, a questo punto, che l’acceso dibattito tra i sostenitori ed i detrattori di Montagnier si protrarrà ancora per qualche tempo fino a quando non sarà chiaramente e definitivamente studiata la chimica fisica dell’acqua. Indubbiamente, qualora le tesi di Montagnier venissero confermate del tutto o in parte, le nostre conoscenze biologiche andrebbero totalmente riviste, così come quelle di buona parte della farmacologie.

Notevoli sarebbero, inoltre, i vantaggi diagnostici per determinate patologie. Secondo Montagnier, malattie croniche come il Parkinson, l’Alzheimer, l’Artrite Reumatoide, la Sclerosi Multipla e talune malattie virali come AIDS, l’epatite C e l’influenza A lascerebbero una traccia (un’informazione) nell’acqua presente all’interno del nostro organismo, emettendo particolari segnali elettromagnetici che potrebbero essere decodificati. Secondo Montagnier, questa scoperta aprirebbe nuovi spiragli per prevenire l’insorgenza di malattie croniche e virali. Nuovi farmaci potrebbero nascere dalla possibilità che avrebbe il principio attivo, utilizzato in bassi dosaggi, di informare l’acqua presente all’interno del nostro organismo.

L’acqua, nel trasmettere determinate informazioni, diventerebbe veicolo di particolari messaggi che riattiverebbero le funzionalità compromesse da talune patologie.

Questo consentirebbe, secondo Montagnier, un abbassamento del dosaggio e della tossicità dei farmaci, conservando inalterata l’efficacia.

Bibliografia

si rimanda all’articolo pubblicato su Biologi Italiani

Commenti

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  1. cesare brogi scrive:

    Sono un veterinaro e chiaramente gestisco le patologie con un approccio tradizionale però ho un atteggiamento nei confronti del paziente che é più da sciamano che. DA MEDICO TRADIZIONALE. ScENTIsTA.(penso infatti che i dogmi tradizionali. Della medicina siano un limite ).Vi faccio un esempio: nella mia carriera in qualità di chirurgo ho operato spessissimo da solo anche nei luoghi. più disparati e generalmente senza guanti in addome per le sterilizzazione delle femmine. Nella mia carriera avrò dato 10000 punti di sutura. Non ho mai avuto nessun caso in cui nel post operatorio si siano verificate infezioni anche di un banale punto di sutura (statisticamente lo trovo anomalo.Per le quanto riguarda l’affermazione dei fondamenti omeopatici sono aperto alla vostra convi nzione non solo penso che le crociate e l’ostracismo fatto del potere appartenga agli inquisitori.

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