La Distinzione

scritto il 30 gennaio 2010 da Ing. Claudio Cardella |  nessun commento

Per pensare l’io devo distinguerlo dal non-io – Fichte

È possibile introdurre la dualità in seno all’essere senza alterare la sua intrinseca unità?

Poichè esistono parole in tutte le lingue per esprimere il non-essere cioè il nulla, il niente, lo zero, è certo che abbiamo l’intelligenza, la nozione, l’apprezzamento del non-essere.

Non sembra lecito argomentare, “per la contraddizion del nol consente”, come fanno alcuni, che non si può rifiutare a Dio, che è l’Essere assoluto, ciò che noi abbiamo. Ossia che Egli possegga a un livello infinito -ontologico- l’intelligenza dell’essere e del non-essere, e che attraverso questa doppia -ma antitetica- intelligenza si concepisca. Tanto meno sembra lecito affermare che Dio si distingua da ciò che Egni non è attraverso l’idea del non-essere. A ben ragionare, come sapeva fare il Cusano che per primo sollevò la questione, il termine stesso di infinito non è applicabile su scala ontologica perchè è una negazione (in-finito) e dunque presuppone il concetto del limite e del finito.

Occorre trovare un passaggio tra le procelle di Scilla e Cariddi, ove Scilla è il panteismo -tutto è Dio- e Cariddi il manicheismo -il mondo è governato da due principi opposti che esistono da sempre-.

La conoscenza di un ente implica sempre la doppia nozione, di ciò che è e di ciò che non è, il lato positivo e il lato negativo, la sostanza e il limite. Il problema risiede dunque nel nostro umano metodo di conoscenza, il solo di cui attualmente disponiamo.

“L’essere del nulla è grandissimo e infra le cose del mondo tiene principato”, proclama Leonardo dal Codice Atlantico, ma donde traiamo noi l’idea del non-essere? La traiamo dallo spazio e dal tempo. Il non-essere non ha consistenza fuori dal luogo e fuori dalla durata. La nostra percezione dello spazio e del tempo coincide con la nostra limitatezza spazio-temporale, ossia col nostro limite fisico.

Il verbo è la forma che ci rende intelligibile l’essere. Et Verbum caro factum est. L’incarnazione, o espressione concreta della forma, è necessariamente finita. D’altronde la forma astratta, senza incarnazione è inutile.

Lo spirito santo è luce, ma la luce senza oggetto da illuminare non sussiste.

Della trinità, solo la vita, il Padre, può essere da sola, assoluta, una, unica, infinita senza soluzione di continuità. Tutto è vita è un concentto possibile.

La creazione presuppone Dio, ma non è Dio, almeno secondo la nostra umana concezione.

Siamo a Parmenide: l’ente è il non ente non è; una medesima cosa esiste e può essere pensata. Ma il divenire non ha senso ontologico: nel suo divenire, l’ente diverrebbe ciò ghe già è, ossia un ente.

Rimane Aristotele, il maestro di color che sanno.

Se è vero che un problema ben formulato è un problema risolto, Aristotele riesce a esprimerlo con esemplare chiarezza: d’accordo con Parmenide, una medesima cosa esiste e può essere pensata, ma la cosa rappresentata nell’idea coincide con l’oggetto stesso e ne possiede la medesima realtà? Evidentemente no. Tant’è -detto per inciso- che la verità, essendo la coincidenza della cosa all’idea, non ci appartiene. Allora, non potendo esaminare l’aspetto ontologico del non-essere, non rimane che partire dal nostro punto di vista. Per scoprire che il concetto ha natura duale, mentre la cosa che ingenera il concetto nella nostra mente, nihil in intellectu quin prius non fuerit in sensibus, è unica in se.

La natura duale del concetto emerge da due osservazioni correlate tra loro. La prima: se da un lato la nostra mente produce una sola immagine per volta dell’oggetto reale, dall’altro questa immagine è sempre approssimata ed incompleta. La seconda: uno stesso concetto ci permette di produrre infinite immagini della cosa reale, unica in sé, che ha ingenerato il concetto nella nostra mente.

Come si suol dire, il concetto è un bouquet dal quale in ogni momento possiamo cogliere il fiore che più ci aggrada, e tuttavia non coglieremo mai lo stesso fiore, perchè ogni immagine evocata dalla memoria differisce, seppur di poco, da ogni altra. Provare per credere.

A queste premesse consegue che l’oggetto pensato, in ordine all’essenza, ha un grado di essere “attenuato” rispetto all’oggetto reale. Questa attenuazione dell’essere rende plausibile il non-essere dell’oggetto pensato rispetto agli altri oggetti. In altre parole rende possibile la sua distinguibilità e dunque la nostra conoscenza.

Per la mediazione dell’essere del nulla, cioè del non-essere attenuato rispetto a quello -impossibile- ontologico, gli oggetti diventano distinguibili nella nostra mente. L’essere del nulla è dunque la consistenza dello spazio mentale, giacchè è quella la sede della distinzione e della conoscenza. Uno spazio mentale che è al tempo stesso il fondamento di ogni creazione.

Non è esattamente questa la via seguita da Aristotele per giungere in definitiva al medesimo risultato. Egli si proponeva di sanare il secolare dissidio tra la scuola ionica e la scuola eleatica, ossia tra Talete -per citare solo il caposcuola- e Parmenide, ossia tra la materia prima di tutte le cose, e la metafisica. Un ruolo analogo -mutatis mutandis- l’avrebbe assunto, a distanza di più di due millenni Werner Heisenberg quando, con i suoi due celebri principii -detti di Indeterminazione- trovò il modo di non buttare giù dalla torre nè la visione quantistica, nè quella relativistica.

Aristotele parte dall’osservazione che noi distinguiamo gli oggetti fisici per quello che non sono e ne deduce che il loro non-essere nella nostra mente è attenuato. L’aver trascurato questa seconda possibile accezione del non-essere era stata la pietra d’inciampo della visione parmenidea.

“La materia (hilè) sta all’ente come la creta sta alla statua”. A nostra conoscenza questa è la prima definizione di materia. Donde l’ilemorfismo. Ma c’è di più. L’accezione attenuata del non-essere è la materia. Ne derivano importanti conseguenze.

Per essere intellegibile, poichè Parmenide nega l’esistenza a ciò che non è intellegibile, la materia (mater-ea) deve avere un limite, ossia una forma. Ma a noi che siamo statue, ossia materia formata, non è consentita la percezione diretta della forma della materia universale, creta di tutte le statue. Tuttavia la materia, per essere universale, deve aver lasciato traccia di sè nei corpi che da essa senza eccezione provengono. Tale traccia, la medesima in tutti i corpi, costituirà la proprietà più generale dei corpi e ci condurrà alla forma della materia universale. La proprietà generalissima dei corpi è l’estenzione spaziale osservabile, cioè geometrica. Nessun corpo può farne a meno. La forma della materia universale è dunque lo spazio geometrico. Questo, per essere intellegibile deve essere chiuso in alto e in basso, perchè, come afferma Platone, sunt fines denique certi quos ultra citraque nequit consistere rectum. Il limite superiore impone che il nostro sia un universo chiuso (con più di due millenni d’anticipo sulla relatività), il massimo spazio geometrico finito, e il limite inferiore impone l’esistenza di un minimo naturale spaziale, ossia di un quanto cronotopico, il minimo spazio geometrico occupato dal corpo minimo, e nega pertanto la divisibilità all’infinito della materia.

Per quanto detto in precedenza la materia universale riempie e coincide anche col nostro spazio mentale; ed è la lavagna che ci consente di produrre innumerevoli immagini da uno stesso concetto. Come l’oggetto reale, anche il concetto è unico ma si può rifrangere in infiniti modi. Ritroviamo dentro di noi un’unità con l’infinita capacità di espansione, fatta a immagine e somiglianza del Padre.

Lo spazio mentale è quello ove risiedono e sussistono gli intelligibili così come lo spazio geometrico è quello ove risiedono e sussistono i corpi. E sono la stessa sostanza materiale.

L’aver trascurato la necessità di un substat, -o di un sostrato fisico che dir si voglia, salvo poi stabilire chiaramente di quale fisica si tratta-, sia per l’interazione fisica, sia per l’interazione psichica, denota se non altro una coerenza nella carenza di uno stesso metodo scientifico. Nella rappresentazione del mondo esterno, la fisica non si è mai chiesta quale fosse la natura fisica della connessione tra gli eventi fisici, ossia la base della reciproca interazione, o in altri termini, su cosa poggia il campo, poichè di certo non può poggiare sul vuoto. Nella rappresentazione del mondo interiore, la psicologia ha dimenticato, o forse ha deliberatamente evitato di indagare quale sia la consistenza delle immagini mentali, cosa le sostiene, e cosa le rende distinguibili tra loro.

Il cogito ergo sum acquista adesso una nuova dimensione. Se è pur vero che l’esistenza e il pensiero sono entrambi colti da un unico atto della coscienza, bisogna tuttavia ammettere che l’essere e il pensare confliggono come la permanenza e la mutabilità, come l’unità e la molteplicità. Cosa dunque ci consente di cogliere quest’antitesi con un solo atto della mente? In altre parole, quale permanenza sostiene la mutabilità dei pensieri? È la radicale immutabile permanenza del nostro spazio mentale, che è materia, della medesima consistenza di quella che da luogo agli eventi del mondo esterno.

Ognuno di noi è una contrazione individuale della immensa e inaffidabile vita universale e ciascuno disegna i propri eventi mentali sulla stessa lavagna su cui si disegnano gli eventi cosmici. Senza questa consonanza materiale non sarebbe possibile alcun collegamento tra la mente e il corpo, e la psicosomatica non potrebbe esistere. Perchè la materia universale sostiene ogni campo, che è il canale attraverso cui passa ogni scambio e senza scambio non vi può essere interazione: nè interazione fisica, nè interazione psico-fisica. Attraverso questa instauriamo il nostro rapporto con l’esterno, un rapporto mentale che tra l’altro ci consente di trarne alimento assimilandolo, ossia di farlo nostro.

La materia universale è dunque il luogo della memoria, che è la capacità di evocare i ricordi; così si spiega perchè secondo Platone conoscere è ricordare.

Einstein disse che il mondo esiste perchè ciascuno di noi è in grado di pensarlo. Quest’estensione fondamentale del cogito ergo sum ci permette di conoscere, e di riconoscere che tutta la materia strutturata nei corpi è il risultato di un’organizzazione, di un progetto che risiede e si realizza nella materia e attraverso la materia pura, continua, omogenea, ubiquitaria.

Commenti

La Distinzione” non è stato ancora commentato: vuoi essere il primo ad arricchirlo con il tuo apporto?

Scrivi un commento

Chi siamo

Dr. Elio Sermoneta, fondatore del sito e pioniere della metodica, e il Gruppo di Ricerca: Team e Collaboratori.

Date e Luoghi

I dettagli dei prossimi eventi e le indicazioni per incontrare il Dr. Elio Sermoneta su Appuntamenti.

Contattaci

Vuoi contattare il Dr. Elio Sermoneta o i membri del Gruppo di Ricerca? Seleziona il collegamento Contattaci