La Torre di Babele: evoluzione dei paradigmi scientifici

scritto il 30 gennaio 2010 da Ing. Claudio Cardella |  nessun commento

Convegno: L’Occidente incontra L’Oriente
Data: 11, 12 e 13 settembre 2001
Luogo: Assisi
Relatore: Ing. Claudio Cardella

Periodico: Alba Magica
Data: Gennaio 2002
Autore: Ing. Claudio Cardella

Non perdiamo di vista la Torre di Babele.

È veramente esistita, abbiamo la parola di chi l’ha vista. La vide un naufrago di un’epoca ormai sepolta che affidò il suo messaggio alla pietra nel tentativo di varcare il mare del tempo. Vi riuscì: la sua voce ci è pervenuta cristallizzata nelle tavolette cuneiformi Smith, un reperto archeologico di straordinaria importanza perché mostra il volto in ombra della Scrittura, quello nascosto come l’altra faccia della luna. Lì apprendiamo che il vero nome della torre di Babele era Etemananki, e con ogni probabilità era una grande piramide a gradini, una zigurrat, ma diversa dalle altre e molto più imponente, come ricorda Giorgio de Santillana in un suo saggio (Fato Antico e Fato Moderno – Adelphi, Milano 1985). Il racconto biblico non rende giustizia ai costruttori babilonesi, nemici giurati delle tribù nomadi al seguito di Mosé, ossia dell’autore, ed è superfluo ricordare quanto sia difficile riconoscere i meriti dei propri i nemici. A denti stretti il Profeta concede agli avversari una superiorità tecnologica: i mattoni d’argilla cotta e cementati con bitume, ancora sconosciuti agli ebrei, laggiù nella valle di Sennar erano già largamente usati nelle costruzioni. La Scrittura non fornisce ulteriori ragguagli intorno a quella gente, se non per condannarne l’empietà.

La storia contenuta nelle tavolette cuneiformi è inquietante, anche se a ben considerare si discosta poco dalla versione biblica. Gli architetti avevano concepito quell’edificio come una sfida al firmamento e adesso sappiamo che questa non è più una leggenda; ma non si trattava della sfida blasfema descritta dalla Bibbia, anche se era certamente ambiziosa e forse superba. Lo scopo dei costruttori di Etemananki era infatti di mettere in discussione la stessa inviolabilità e ineffabilità del “cielo”, inteso nel senso etimologico di celatum ossia ciò che é nascosto e segreto.

Nelle loro intenzioni, Etemananki sarebbe stato un loquace testimone della grandiosa sapienza di quella gente ed era destinato a svelare ogni arcano e sbalordire quelli in grado di decifrarne il codice. Una somma teologica, un monumento alla scienza, il ricettacolo d’ogni conoscenza secondo un progetto nato per soddisfare il desiderio d’immortalità e per sconfiggere l’Oblio inesorabile e la sua signoria sulla Storia. Un’enorme montagna di mattoni destinata ad esprimere tutti i rapporti, distanze e armonie planetarie, con le loro partizioni musicali, le sacre unità di misura, le ritmiche ciclicità, le quadrature e i trigoni, i numeri e le loro proporzioni.

Etemanaki avrebbe tramandato ai posteri tutti i segreti della Città Celeste contenuti nel quadrato fondamentale: per gli antichi astrologhi il cielo era quadrato perché nello zodiaco essi ricercavano il simbolo della metafisica. La nostra logica cosmografica, che a questa forma ha preferito la proiezione sferica, ha abbandonato lo spazio celeste astrologico dove contava la comprensione, in favore di uno spazio celeste astronomico dove contano solamente il nome degli astri e le loro reciproche distanze.

I costruttori di Etemananki, paradossalmente, vinsero la sfida con la loro stessa sconfitta: l’incapacità di conciliare una vasta mole di dati eterogenei in una struttura semplice, sembra aver generato una tale “confusione delle lingue” da ostacolare il compimento dell’impresa e avviarla al fallimento. Eppure di quell’opera se ne parla ancora. Un destino galantuomo riconobbe ai costruttori la nobiltà delle loro intenzioni e le onorò sottraendo Etemananki all’oblio.

L’uomo sembra non poter fare a meno dell’assoluto. Perlomeno alcuni uomini, sono gli emuli dei costruttori di Etemananki, che in ogni epoca hanno tentato di racchiudere tutto lo scibile in un’opera totale. Tra costoro Platone nel Timeo: la piena comprensione del suo procedimento di duplicazione dell’unità è una sfida ad ogni umana intelligenza. La Commedia di Dante é un altro Etemenanki, un tour de force riuscito, col suo intrico di numeri pitagorici, dati astronomici, e procedimenti alchimici. E tutta la teoria classica dell’architettura, da Vitruvio fino alle ville di piacere del Palladio, passando per Santo Stefano Rotondo, per le Cattedrali; risalendo il corso del tempo fino alle piramidi egiziane e ancora indietro fino a Stonehenge, che precede la scrittura. È architettura sacra, perché è un codice segreto che da sempre vuole ergersi a sistema ermetico, in tutti i sensi. Per non dire dell’abate Tritemio di Spanheim con la sua Steganografia, contenente, a quanto pare, le invocazioni per richiamare l’attenzione di schiere angeliche. Poi ancora tutta la nobile turba degli alchimisti, anonimi, noti, ignoti, e sotto mentite spoglie, da Rabelais a Swift, a de Bergerac, per fare solo qualche nome: gente che pretendeva di mettere le briglie alle forze di natura e piegarle al proprio volere.

La Babele delle lingue non ha risparmiato nessuna di quelle opere: la “parola d’ordine”, il codice, è sempre, inesorabilmente andato perduto. Talvolta è stato occultato volontariamente, ma il risultato finale non cambia. La nostra mentalità, condizionata da un’epoca frettolosa, analitica e superficiale, non ha più voglia di decifrare alcun Etemananki, e forse ne ha perduto per sempre la capacità.

Il linguaggio e la costa della Bretagna

La volontà è infinita
E l’esecuzione ristretta
Il desiderio senza confini
E l’atto soggetto al limite
– Shakespeare, Troilo e Cressida

Quanto è lunga la costa della Bretagna? Se le coste diverranno oggetto di studio scientifico l’incertezza riguardo alla loro lunghezza non potrà essere eliminata. In un modo o nell’altra il concetto di lunghezza geografica non è così inoffensivo come sembra. Non è del tutto soggettivo perchè l’osservatore inevitabilmente interviene nella sua definizione.

Questa considerazione di Benoit Mandelbrot introduce la sua geometria dei frattali, ovvero di oggetti che riproducono una configurazione geometrica simile a se stessa a ogni livello di osservazione. Proprio come appare una costa: ingrandendo o rimpicciolendo il tratto osservato vedremo sempre una serie di promontori e d’insenature, perfino nella disposizione dei granelli di sabbia. Sono oggetti frattali anche le traiettorie del moto browniano, -scoperto, per caso, dal botanico Brown guardando i movimenti imprevedibili dei granelli di polline nell’acqua- tali traiettorie presentano conformazioni geometriche auto-simili a qualunque “ingrandimento” siano esaminate.

Il linguaggio, con un pizzico d’immaginazione, può essere ritenuto un oggetto frattale perché è simile a se stesso ad ogni livello. A ben considerare, ogni concetto è un Etemananki e ancor di più se, -come sostenevano gli antichi-, i nomi sono dei, nomina sunt numina. A rigore di termini, ogni concetto comporta un’infinità di elementi. È Aristotele a spiegare per primo che un concetto é un fascio di percezioni (nihil in intellectu quin prius fuerit in sensibus), ma non solo, perché v’includiamo anche opinioni, pregiudizi, supposizioni, desideri, ecc. Successivamente, per nostra comodità, lo tronchiamo in modo da renderne più agevole la rappresentazione sulla nostra personale mappa del mondo. La libertà consiste nell’inalienabile privilegio di aumentare o di sfrondare quel mazzo, o di reciderlo di nuovo in un punto diverso, che a noi sembra più consono alle mutate esigenze.

Questa possibilità di ridefinire continuamente ogni concetto arricchisce la nostra libertà di scelta e conferisce significato al libero arbitrio. Lev Tolstoj in Guerra e Pace (seconda parte dell’epilogo) chiama legge di necessità ciò che ci é conosciuto, e libertà ciò che ci é sconosciuto. In senso storico, alla parola libertà conferiamo un significato che esprime quanto ignoriamo della vita umana. Ci sfuggono soprattutto le leggi della “connessione” fra la mente e il mondo, ed è proprio per questo che, secondo Tolstoj, tale connessione è ritenuta libera. Senza quest’idea di libertà, la vita sarebbe invivibile perché incomprensibile, e dunque intollerabile, dal momento che ogni ideale e ogni desiderio dell’uomo, sono altrettante aspirazioni verso la libertà: pensare un uomo cui sia negata ogni libertà equivale a pensarlo privo di vita.

Ciò premesso, è impossibile sfuggire agli inganni che il linguaggio è sempre pronto a tenderci e che rendono così difficile la comprensione. Ripetiamo parole e frasi per abitudine e per imitazione, senza considerare le circostanze e i fatti che le hanno originate: spesso le usiamo non conoscendone appieno il significato. Il più delle volte esse stesse sembrano voler eludere il controllo della nostra consapevolezza. Queste incomprensioni sono da sempre l’origine d’innumerevoli lutti e impedimenti all’avanzamento della civiltà.

Blaise Pascal, nei Fragments d’un traité du vide, paragona la successione delle generazioni nel corso del tempo alla vita di un solo uomo che esiste sempre e continuamente apprende. Anche nella storia umana, come di solito accade nella vita di una persona, al progressivo ampliamento della conoscenza s’accompagna, inevitabilmente, un mutamento o quanto meno un riadattamento dei concetti e delle classificazioni. Questi cambiamenti generano malintesi ed equivoci in base ai quali chi enuncia una proposizione, o una teoria, crede di dire qualcosa di più o di diverso di quanto in realtà non dica, o addirittura di enunciare pensieri profondi, mentre in realtà sta dicendo cose prive di senso. Da parte sua, Francesco Bacone assimila lo scienziato ad un falciatore costretto ogni tanto a sospendere il lavoro, per rispianare e riaffilare il suo strumento man mano che l’uso lo consuma e lo rende inservibile. Tali operazioni di manutenzione dei ferri del mestiere sono rappresentate, per gli scienziati, dalle discussioni sulla metodica delle scienze di cui s’occupano, dall’analisi critica dei concetti e dei mezzi di rappresentazione usati, e dei procedimenti adottati nella sperimentazione.

La storia recente del concetto di etere può servire d’esempio a quanto precede.

Lorentz aveva ipotizzato e descritto nelle sue proprietà un nuovo tipo etere, termine tradizionalmente usato per indicare lo sfondo fisico dei fenomeni, una specie di tessuto connettivo universale e la tela su cui si dipingono gli eventi del mondo. In altre parole, egli aveva dato un nuovo significato a un vecchio nome, l’etere appunto, che tuttavia aveva già fatto il suo corso e che ai tempi di Lorentz, -nei primi anni del secolo passato-, era già ampiamente caduto in discredito. Come se ciò non bastasse, Lorentz aveva anche sbagliato nel ritenere l’etere dotato di proprietà inerziali, (ovvero in grado di opporre resistenza al moto dei corpi), e quest’ipotesi fu clamorosamente smentita dai celebri esperimenti di Michelson-Morley. Tuttavia, come si suole dire, il bambino fu gettato via con l’acqua del bagno: Einstein, con un sol colpo di spugna cancellò dalla fisica non solo l’etere di Lorentz, ma qualunque possibilità di comprendere, fuori dalla matematica -che fisica non è-, il campo elettromagnetico. Cosicché a tutt’oggi permane l’interrogativo circa la vera natura dell’onda elettromagnetica, che deve pur essere l’oscillazione di qualcosa di diverso dal vuoto, dal nulla, che appunto non è; e presuppone, come ogni altro oggetto dotato di moto, un motore che lo faccia muovere, e un supporto materiale che ne renda possibile l’esistenza. A meno di non voler credere al moto perpetuo e innato, che l’Aquinate rivendicava a prova dell’esistenza di Dio: del motore, al solito, -se n’era già accorto Platone- se ne parla sempre il meno possibile.

I nomi e le cose

Esiste un’oggettività distinta dal soggetto conoscente, oppure i nostri sensi generano immagini, che noi poveri illusi ci ostiniamo ad analizzare, scambiando il nostro sogno per la realtà esterna?

Quest’interrogativo esprime il problema parmenideo della verità e dell’opinione, dell’osservato e dell’osservatore. La soluzione del problema, ammesso che esista, rappresenta l’antitesi del soggettivismo ostentato da Gorgia e, in larga misura, é la domanda cui Platone cerca una risposta nel Cratilo (359a):

  1. se il mondo che noi crediamo “esteriore” non é altro che un riflesso della nostra immaginazione, allora, dal momento che siamo noi a creare sia l’oggetto, sia il suo nome, dovremmo poterli creare identici, in modo da racchiudere tutta la sua realtà nella definizione.
    Tale posizione riveste un grande interesse in relazione al valore magico connesso alle parole, e sarà successivamente ripresa da S. Agostino per affermare che la verità è la corrispondenza della parola alla cosa: ciò è possibile dal momento che il senso delle cose può essere conosciuto dall’anima in se stessa, poiché essa è il luogo simbolico ove tutto il mondo è rappresentato ed è riconoscibile per quello che è.
  2. se, al contrario, sappiamo solo utilizzare alcuni mezzi mnemotecnici (fonetici, matematici, ecc.) per riconoscerci nell’infinita complessità delle impressioni che ci derivano dai fenomeni esterni (percezioni), allora, attraverso queste impressioni, avremmo accesso ad oggetti diversi dai loro nomi e dai loro simboli, i quali rimarranno in ogni caso arbitrari, onde qualunque definizione rimarrà sempre e soltanto approssimativa.

Nel medioevo, gli scolastici dibattevano del realismo e del nominalismo. Alcuni sostenevano che si potevano trovare in natura delle classi realmente esistenti, mentre altri, i nominalisti, ritenevano che non denotando i nomi una specie vera d’individui, il raggruppamento in classi delle cose era un artificio inventato dagli uomini. Per costoro, nel mondo ci sono soltanto entità individuali, mentre classi, gruppi e generi sono soltanto finzioni, considerate come prodotti della società e della storia. L’argomentazione cambia, ma i problemi conservano ancora oggi un aspetto stranamente attuale e familiare se Nietzsche, ne La gaia scienza, sostiene che il nome delle cose importa infinitamente di più di ciò che sono. La fama, il nome, l’aspetto esteriore, la validità, l’usuale misura e peso di una cosa, sono, nella stragrande maggioranza dei casi, un errore e una determinazione arbitraria buttati addosso come un vestito e del tutto estranei all’essenza e persino all’epidermide della cosa stessa.

Esiste una terza soluzione al problema del Cratilo che Platone non avrebbe potuto considerare perché di natura aristotelica e induttiva.

In fondo l’unica realtà di cui possiamo affermare con assoluta certezza l’esistenza, siamo noi stessi. Il penso dunque sono resiste ad ogni assalto, ed é l’unico fondamento incrollabile a nostra disposizione per costruire una teoria della conoscenza.

Tuttavia, l’Io é un’entità troppo complicata perché sia assunta tal quale come punto di partenza. Dovremo perciò sostituire Io con delle entità più semplici e maneggevoli, che chiameremo assiomi. Sarà dunque l’insieme degli assiomi ammessi, poiché sono indimostrabili, a formare la base su cui edificheremo la nostra teoria della conoscenza. In tal modo comprendere significa attribuire, a ciò che veniamo conoscendo, la medesima certezza e la medesima evidenza che possiede il nostro Io intuitivo e, per esso, gli assiomi che abbiamo convenuto di sostituire all’Io per usufruire della sua natura, senza per questo smarrirci in una sorta di “labirinto” ove sarebbe impossibile ragionare.

Per ragionare occorre dunque una logica che ci permetta di collegare i nostri assiomi a ciò che vogliamo esprimere. Ne discende, quale immediata conseguenza, che ad un ampliamento della nostra coscienza individuale consegue inevitabilmente una diversa logica e un diverso tipo di conoscenza.

A conti fatti bastano, per costituire una buona logica, (classica) tre principi, ossia:

  • il principio d’identità: se A=B, e B=C, allora A=C,
  • il principio di non-contraddittorietà: se A=B, allora A non potrà mai essere diverso da B,
  • il principio di Laplace (Pierre Simon, marchese di Laplace (1749-1822)): ogni logica non può che descrivere il cambiamento di qualche cosa in rapporto ad un’altra che non cambia.

Per molto tempo si é ammesso un quarto principio detto del terzo escluso (Tertium non datur): ogni proposizione é vera o falsa, senza altre possibilità. Ormai sappiamo che questo principio non è valido perché una proposizione può anche essere indimostrabile, come ad esempio l’antinomia inventata da Eulero: esistono tanti quadrati quanti numeri.

Una volta scelti i nostri assiomi e posta la nostra logica, non abbiamo più alcun motivo di cambiarli, sono le latitudini e le longitudini della mappa del mondo che cercheremo di tracciare. Ma per fare una teoria della conoscenza non possiamo riportare sulla nostra mappa le percezioni brute e le immagini dirette, perché sarebbero troppo complicate da usare. Sarà dunque opportuno sostituire la cosa col concetto: così ad esempio, mentre la descrizione di un tavolo si presta a molti equivoci, tutti saranno d’accordo sul concetto di tavolo. Come s’è già detto, un concetto è un insieme cui si può aggiungere un enorme numero di particolari per perfezionarlo, senza tuttavia mai giungere a renderlo completo.

La realtà é in ogni epoca l’insieme dei concetti ammessi per classificare le nostre percezioni. Pertanto il reale, le cose, resteranno sempre a nostra immagine, e ogni concetto rimane eternamente racchiuso nella sua definizione, che é la sola a conferirgli realtà. Così, mentre si realizza la prima ipotesi di Platone nel Cratilo, contestualmente si vanifica ogni possibilità di adeguare il nostro pensiero all’universo. Per quanto le cose siano identiche al loro nome, tuttavia il concetto espresso da quel nome cambia nel corso del tempo, perché il linguaggio si compone in ogni epoca di sistemi di simboli prodotti e impiegati per definire e rappresentare i concetti di classificazione delle nostre percezioni in quella data epoca.

La conoscenza, in ogni epoca, consiste nelle catene che si possono formare con i concetti collegandoli mediante i principi d’identità e di non contraddizione all’interno del principio di Laplace. Tali catene devono tutte risalire fino agli assiomi ammessi in quell’epoca per rappresentare al meglio l’Io conoscente. Il senso e la definizione di queste catene logiche variano notevolmente nei secoli, così ad esempio per Dionigi Aeropagita (VI sec.) “Catena aurea, vel luminosa a Deo dependens est dispositio rerum sibi invicem connexarum, divinae providentiae subdita” cioè, l’interconnessione delle cose è sottoposta alla divina provvidenza ed è un’aurea e luminosa catena che discende da Dio. Mentre in seguito, Copernico afferma più laicamente: “Omnia haec tamquam aurea catena inter se pulcherrime colligata apparent”, tutto sembra meravigliosamente interconnesso come in una catena d’oro.

La confusione delle lingue

La terra era di una sola lingua e di una sola parlata.
… Andiamo duncque, discendiamo e confondiamo ivi le loro lingue così che nessuno comprenda la parola del prossimo suo.
(Gn.: 11, 1; 11,7)

L’intelletto ha i suoi pregiudizi, il senso le sue incertezze, la memoria i suoi limiti, l’immaginazione le sue oscurità, gli strumenti la loro imperfezione. I fenomeni sono infiniti, le cause nascoste, le forme transitorie. Contro tanti ostacoli che troviamo in noi stessi e che la natura ci oppone, disponiamo solo di un’esperienza lenta e di una riflessione limitata. Queste sono le leve mediante le quali la filosofia si è proposta di sollevare il mondo. – Denis Diderot

L’idea di natura è sempre stata un eccellente veicolo per molte ideologie, proprio perché sembra così perfettamente neutrale, oggettiva ed estranea ad ogni destinazione impropria. Tuttavia, quando ci si occupa di linguaggio scientifico non si può fare a meno d’esaminare le radici di quell’idea, e mostrare come le diverse concezioni del mondo se ne servono e se ne sono servite nel passato. L’aggettivo “naturale” si trova spesso associato a “reale”, anch’esso riempito d’ogni ideologia. Sono parole apparentemente innocue e comode nell’uso quotidiano, quando però sono maneggiate dai filosofi o dagli scienziati diventano ingannevoli e subdole come falsi amici: le stesse parole assumono, infatti, significati diversi e connotazioni “politiche” diverse in contesti diversi.

Nascono così i paradigmi scientifici. La nostra visione scientifica del mondo, ossia comunicabile e partecipabile, in fondo non è altro che la nostra interpretazione attuale dell’idea di natura e di realtà. I paradigmi decadono quando sono ritenuti inattuali, vale a dire inadeguati ad esprimere le modifiche apportate alla visione del mondo dalle nuove acquisizioni teoriche e sperimentali. In queste circostanze gli oggetti non direttamente osservabili e propri delle scienze teoriche (i quark ad esempio) danno luogo a controversie ontologiche: esistono realmente o sono soltanto costruzioni della mente umana? Basta creare nuovi nomi e relazioni e verosimiglianze per creare, col tempo, nuove “cose”?

In definitiva un paradigma scientifico è un linguaggio, o meglio un linguaggio formale, ossia un modo di ragionare intorno ai fenomeni sensibili. Anche in questo caso valgono dunque le precedenti considerazioni, ed in particolare il fondamento assiomatico in rappresentanza dell’Io razionale.

Se poi ci si chiedesse cos’è la razionalità, potremmo citare la risposta di David Hume:

I contenuti della mia mente compaiono, passano e ripassano, scivolano via e si rimescolano in una varietà infinita. Quando guardo fuori di me, trovo dispute, approssimazioni, ire, calunnie, ignoranza. Quando guardo dentro di me, trovo solo dubbi e non sapere. Non è neppure vero che io sia in ogni istante cosciente di ciò che chiamo il mio io. … E tuttavia giudico ed esercito la ragione e non posso fare a meno di ragionare, così come non posso fare a meno di sentire e di respirare …

Non di rado, la tutta la conoscenza che sappiamo ricavare del fenomeno in esame proviene solo dall’analisi del linguaggio usato, che ai nostri giorni è perlopiù matematico, anche quando non ve n’è assoluta necessità e serve soltanto a mascherare l’incapacità di una migliore comprensione: nasce così il costruttivismo matematico.

Un paradigma, come ogni linguaggio, è una strutturazione frattale di concetti, nel senso cui si è sopra accennato. Ma a differenza di un linguaggio comune e comprensibile a tutti, perché costruito su assiomi resi accessibili da un uso consolidato, un paradigma è il più delle volte un linguaggio specialistico ed è appannaggio esclusivo di un ristretto gruppo d’individui.

In altre parole diventa uno strumento di potere, perché la concatenazione delle idee, ossia il passaggio da un concetto ad un altro più complesso, è regolato da un codice conosciuto solo dagli appartenenti al gruppo, eufemisticamente denominato comunità scientifica. In ultima analisi il codice diventa una seconda base assiomatica introdotta a proteggere il linguaggio specialistico dalla comprensione dei profani.

La creazione di nuovi linguaggi specialistici, oggi così frequente, si traduce sempre in una perdita di cultura. Questa costituisce il patrimonio comune del corpo sociale, e ogni linguaggio specialistico frammenta la conoscenza e la sottrae alla comunità nascondendola in una babele labirintica ove, una volta entrati è difficile tornare indietro, come dal giardino dei sentieri che si biforcano, magistralmente raccontato da Borges.

L’arte è da sempre considerata la più alta espressione dell’umanità perchè costituisce un linguaggio universale, immediatamente fruibile e che non decade nel tempo, pur essendone un fedele testimone.

In conclusione, l’uomo, oltre a creare, in un modo o nell’altro, la realtà esterna, quando vuole comunicare con i suoi simili, è costretto ad inventare anche le proprie verità. Per questo non può fare a meno di porre assiomi alla base d’ogni suo ragionamento, ciò che a buon bisogno fu provato, e suffragato dalla migliore logica possibile, dal matematico svizzero Kurt Goedel, nel suo celebre Secondo Teorema, non per niente detto Teorema d’Indecidibilità. In questa necessità di costruire le proprie verità risiede tuttavia non solo la possibilità, ma la garanzia di una futura evoluzione. Il fondamento assiomatico, come si è detto, è infatti in rappresentanza del nostro Io, e la nostra personale evoluzione che ci guiderà verso assiomi migliori, che a loro volta espanderanno gli orizzonti dei nostri ragionamenti e della nostra visione e comprensione del mondo.

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