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Salute e Benessere

scritto il 30 gennaio 2010 da Dr. Elio Sermoneta |  nessun commento

Il desiderio di una vita piena di interessi e di serenità interiore.

Chi non aspira alla soddisfazione di sé stesso e della propria esistenza? In una parola: felicità. Nella piena risposta alle esigenze ed aspirazioni personali? È questo il desiderio che ci anima, che è comune a tutte le persone, a tutti noi.

Si tratta di un adempimento che riguarda ciascuno come persona umana. Il desiderio che muove le energie vitali e concentra gli interessi, le azioni e le relazioni personali di ciascuno di noi. È uno stimolo inalienabile che parte dal centro della persona o dal cuore come centro dell’Io intenzionale-emozionale e relazionale.

Quì e ora vogliamo vedere realizzata questa fondamentale aspirazione.

Nell’unità della nostra persona umana sono comprese dimensioni che si possono riassumere in fisica, psichica, spirituale e IO (o anima). Queste nostre realtà dimensionali non occupano soltanto uno spazio e un tempo materiali. Il tempo che ci è dato di vivere la nostra vita. La nostra parte più intima, profonda e immateriale (quella dell’anima), vive nella sua unicità con il corpo un tempo presente-continuo che è leggibile soltanto da chi esce dal tempo cronologico e considera una continuità extra temporale.

Questa evidente limitatezza contrasta violentemente con la nostra aspettativa di vita e pone alla nostra consapevolezza interrogativi fondamentali sul significato e sul destino dell’esistenza. Infatti nessuna persona può vivere senza darsi una o più motivazioni fondamentali e prioritarie. Anche se non le ha chiare in se stessa, comunque le sue motivazioni prioritarie, che corrispondono ad aspirazioni profonde, determinano il suo agire.

Soddisfatti i bisogni primari del corpo e un minimo di sicurezza finanziaria, l’attenzione della coscienza si rivolge alle relazioni e alle apparentenenze affettive.

Questo processo evolutivo che ha inizio con i primi anni di vita comporta un clima interiore di stima di sé che si costruisce attraverso le relazioni affettive nelle quali la persona viene accettata e valorizzata per sé stessa. Ma, se non si viene distratti dalle sollecitazioni e dalle richieste dell’ambiente sociale, presto si impongono interrogativi le cui risposte dirigono le scelte di vita. Porsi le domande fondamentali e cercare le risposte diventa la necessità primaria, quella che costituisce la coscienza di una persona.

La percezione che abbiamo dell’esistere è come un tempo continuo, in quanto siamo immersi in un presente che tendiamo a considerare immutabile. Infatti la nostra vita si svolge sempre nel presente.

Il passato non ci appartiene più, e non possiamo cambiarlo.

Il futuro non ci appartiene ancora.

Solo il presente conta per noi.

Ma questo è dalle nostre aspettative considerato come continuo e senza fine. Pur sapendo che non così avviene, non lo ammettiamo, e, ci fa orrore pensare ad un termine della vita.

Non solo non ci conosciamo completamente nella nostra realtà personale, ma non sappiamo come e perchè avvengono parecchi dei processi vitali che ci fanno essere quello che siamo.

Questo senso del mistero dell’uomo è stato espresso dalle culture di tutti i tempi in modi diversi. Con diverse raffigurazioni sono rappresentate le dimensioni spazio temporali dell’uomo.

Ad esempio con delle coordinate simboliche che sono le dimensioni spaziali di altezza-larghezza-lunghezza-profondità della persona ma in uno spazio non riconducibile solo alle coordinate materiali (esempi: nell’Apocalisse la Gerusalemme Celeste è una città i cui lati altezza, larghezza, lunghezza e profondità sono tutti uguali. Ancora nell’Apocalisse, il nome di ciascuno verrà riconosciuto solo nell’ultimo giorno, quando ognuno di noi riceverà un sassolino bianco sul quale sta scritto il nome personale. Nella Filosofia cinese l’Uomo è un essere che ha i piedi sulla terra e la testa nel cielo. Nella Genesi biblica l’uomo è un essere fatto di terra, ma ha dentro il soffio dello Spirito di Dio).

Siamo immersi nella materialità del corpo e del mondo fisico con una esistenza inscindibilmente unitaria che comprende il corpo con i suoi organi e la sua fisiologia, tra cui il cervello in particolare, ed attività mentali di percezione, cognizione e memoria che sono strettamente dipendenti con l’integrità fisica ma con in più una componente immateriale che esprimiamo come spirito-anima che caratterizza l’Io di ogni persona. Questa è una caratteristica comune degli esseri che appartengono all’Umanità (uomini e donne) anche se questo IO è diverso per ciascuno e rende unica e irripetibile ogni persona.

Curare i disturbi del corpo occupandosi dei suoi organi e curare la persona nella sua unità integrale, sono due impostazioni mediche che sottintendono implicitamente una concezione della vita e dell’uomo, sulla quale si costruisce la deontologia professionale della medicina. Questa è alla base del giudizio di ciò che è fondamentale per il professionista stesso, il medico, che si dedica alla cura della persona umana e nel contempo è impegnato a formarsi ad una autenticità della propria persona.

In realtà il senso delle nostre relazioni umane è sempre, esplicitamente o implicitamente, spinto dal desiderio di raggiungere quella completezza che è necessaria per sentirsi maggiormente in pace con se stessi ed esercitare con minori condizionamenti possibili la libertà di scelta.

La totalità della nostra persona e della sua umanità si sottrae alla nostra stessa comprensione.

È per questo che abbiamo necessità di specchiarci negli altri, quando c’è sintonia ed empatia, in un confronto che deve avere come condizione l’ascolto di colui che mi sta di fronte.

Ascoltare l’altro mi rivela a me stesso.

Star bene, cioè essere in salute, è un processo prima di tutto interiore; inizia con il venire al mondo, e dura tutta la vita di ciascuno.

Se così non fosse sapremmo bene cosa ci occorrerebbe fare per star bene.

Star bene sotto tutti gli aspetti (fisico, psichico e spirituale) è desiderio e spinta interiore di ciascuno; questo giustifica tutto quello che facciamo o che vorremmo fare per noi stessi. Occorre quindi fare un percorso di consapevolizzazione che si esprime nella coscienza.

La coscienza di sè stessi è quindi un indispensabile lavoro di apprendimento per acquisire cognizione di ciò che è opportuno realizzare e quindi progettare ed eseguire per raggiungere quello che in una parola definiamo come uno stato di benessere o felicità (almeno di sicurezza di sé e pace interiore). Anche nel campo della ricerca scientifica non è più possibile prescindere dalla coscienza. Questa convinzione ha spinto un ricercatore neuro-fisiologo come G. Edelman a scrivere un volume su questo argomento di cui riporto alcune sue considerazioni.

“Dopo Galileo, la scienza si è fondata ragionevolmente su una nozione dell’osservatore scientifico che ignora o neutralizza deliberatamente le questioni concernenti il sé o la coscienza.”

L’attività di ricerca si fonda su un insieme di assunti:

  • per poter fare descrizioni e predizioni adeguate, non c’è alcun bisogno di comprendere la coscienza;
  • che si debbano eliminare errori percettivi e inclinazioni personali;
  • che nella pratica scientifica si possa fare affidamento sulla trasmissione sociale e sul linguaggio senza alcuna considerazione della loro natura e delle loro origini;
  • che “benché in campo scientifico si debba sottoporre di continuo a revisione critica la conoscenza secondo i canoni di tale campo, le basi su cui si fonda la valutazione delle capacità dello scienziato non esigano una comprensione del suo stato mentale diversa da quella richiesta dalla sua prestazione reale.” Gerald M. EDELMAN – Il presente ricordato. Una teoria biologica della coscienza. – Ed. Rizzoli 1991.

È quasi ovvio dire che ad ogni uomo o donna che viene al mondo si ripropongono al suo animo o alla sua mente quegli interrogativi fondamentali che durano per tutta la vita. Sono gli interrogativi sul senso e sulle motivazioni dell’esistenza, le cui risposte vanno verificate personalmente nell’esperienza quotidiana e confrontate con le diverse interpretazioni esistenziali incontrate nel cammino della vita.

La concezione di sé, degli altri, del mondo riguardo al come e al perché influenza direttamente la progettazione della nostra vita e motiva le nostre azioni e le nostre relazioni orientando le nostre energie verso traguardi realizzativi i cui risultati sono la crescita e la maturità della nostra stessa persona. Nessun uomo può sottrarsi alle domande che l’esistenza umana pone a ciascuno di noi qualunque sia la, o, le risposte che ognuno da per se stesso. Non abbiamo che parte di consapevolezza di noi stessi; ma sentiamo bene dentro di noi ciò che è buono e bene per noi da ciò che non lo è.

La necessità di risalire alle cause delle malattie, costringe il medico ad un’analisi ed una raccolta di dati che non riguardano solo le funzionalità organiche, ma deve tener conto della coscienza del paziente, e quindi delle motivazioni che muovono il suo mondo interiore. Ciò comporta che il medico stesso si ponga personalmente problemi di coscienza e li confronti, implicitamente o meno, nella relazione col paziente. Nella formulazione ed indicazione delle abitudini di vita da consigliare al paziente possono quindi legittimamente e doverosamente essere indicate, sopratutto quando richieste, anche orientamenti utili a migliorare le condizioni per “un’igiene della mente” che aiutino il paziente a prendersi in carico personalmete.

L’esercizio di una professione come quella del medico (anche quelle di educatori ed insegnanti) attualmente omette, in parte o totalmente, di esprimere chiaramente le motivazioni fondamentali che stanno alla base di una medicina umana. Questa la riteniamo una carenza grave, che riduce la persona del paziente ad un ruolo passivo, nel quale il medico diagnostica e applica terapie sul corpo del paziente prescindendo dalla sua comprensione e dalla sua reazione cognitiva ed emotiva. La preparazione attuata con gli studi accademici prescinde, o, sottintende una specifica preparazione al riguardo.

E’ lasciata alla sensibilità e alla formazione personale del singolo medico inserire nell’esercizio professionale motivazioni che diano un significato umano al suo agire terapeutico.

Ciò che si richiede è prima di tutto una preparazione e quindi una applicazione della medicina che sia secondo i canoni delle scienza fin qui conosciuta. E questo è bene. Ma ogni azione umana manifesta inevitabilmente il significato esistenziale che la sottende anche quando non c’è l’intenzione di esprimerlo. Non dimentichiamo che la relazione tra le persone non avviene solo attraverso il linguaggio verbale, ma con le sensazioni che ci arrivano dalle percezioni inconsce. Il dialogo che ha efficacia tra persone è quello inconscio.

Una medicina che vuole essere integrale e integrata sulle quattro dimensioni dell’uomo riteniamo debba essere una medicina che sappia collegare i disturbi somatici e gli stati psicologici con le motivazioni di fondo del paziente. Queste determinano l’orientamento del desiderio di vita e il convogliare delle sue energie fisiche, psichiche, volitive ai traguardi da raggiungere. E spesso ciò avviene semi o inconsciamente. Ma in base alla validità e alla verità dell’orientamento, il risultato sarà più o meno soddisfacente. Non solo, ma avrà una ripercussione su tutte le dimensioni della persona compresa la salute fisica.

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