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Verso la comprensione del movimento spontaneo della materia

scritto il 29 settembre 2013 da Prof. Emilio Del Giudice |  nessun commento

Sia la soggettività sia l’oggettività sono state descritte nella storia del pensiero in due modi alternativi, uno che le concepiva come entità passive, capaci soltanto di essere mosse dall’esterno, l’altra come entità attive, capaci di fare emergere dal loro interno l’azione verso l’esterno. Per quanto riguarda la soggettività, queste due concezioni hanno dato luogo l’una all’interazione con l’esterno sulla base dei principi logici, espressione di un Logos, di una ragione che trascendeva il singolo essere, l’altra come movimento emotivo capace di risuonare con il mondo esterno accoppiandosi ad esso in una sorta di connessione orgastica.1

Per quanto riguarda invece l’oggettività, abbiamo avuto anche qui due opposte concezioni: una per cui il movimento della materia è sempre conseguenza di una causa esterna, di forze prodotte da altri corpi, per cui risalendo indietro nella concatenazione causale si arriva in ultima analisi al primo motore aristotelico, l’altra invece, che concepisce il movimento come qualità intrinseca della stessa materia, che diviene sulla base di una determinazione interna.2

È evidente che l’estremizzazione della prima concezione porta necessariamente all’affermazione dell’esistenza di una divinità trascendente, mentre nell’altra concezione il divino perde ogni autonomia ed è unicamente il fattore di movimento di una materia che non può mai essere considerata passiva.

L’esistenza di un movimento spontaneo della materia è stata nei secoli una delle principali affermazioni delle varie scuole olistiche, dal taoismo cinese alle concezioni di Epicuro e degli stoici fino alle concezioni alchemiche rinascimentali e a Giordano Bruno. In tali concezioni, nessun corpo è mai libero, perché la sua interazione con gli altri è parte integrante e inseparabile della sua stessa natura.

Contro queste concezioni pre-moderne nasce la meccanica classica, il cui punto di partenza è il corpo libero, cioè infinitamente lontano da tutti gli altri; il suo moto è definito dal principio di inerzia. Per connettere insieme una pluralità di corpi liberi in modo da costruire un sistema reale, bisogna introdurre forze il cui valore vada a zero al crescere della distanza relativa tra i corpi, in modo da recuperare nel limite la nozione di corpo libero. Queste forze agiscono sui corpi dall’esterno; non vi è alcun rapporto di necessità tra i corpi e le forze, per cui è possibile simulare ogni tipo di moto a patto di introdurre una forza conveniente. La meccanica classica ha conosciuto i suoi maggiori successi con la decifrazione del sistema planetario sulla base dell’introduzione della forza di gravitazione universale e con la completa comprensione del comportamento macroscopico dello stato gassoso a partire dal modello di un gas come un insieme poco denso di molecole libere capaci di interagire soltanto attraverso collisioni casuali.

L’introduzione dell’elettromagnetismo in fisica cambiò il quadro. Da un lato appariva una forza – la forza elettromagnetica che accoppia le cariche in movimento – la quale si propaga nello spazio alla velocità della luce ed è diversa da zero a grandissime distanze. Inoltre, una particella carica è soggetta non soltanto all’azione dei “campi di forza” prodotti dagli altri corpi, ma anche all’azione del suo stesso campo di forza. La particella non è più una pallina che termina alla propria superficie esterna, ma siccome è inseparabile dal suo campo di forza si estende a grandi distanze e l’auto-interazione delle particelle con loro stesse attraverso il loro stesso campo dà luogo a soluzioni singolari delle equazioni del moto che sono all’origine di instabilità nella teoria. D’altra parte, il fatto che le equazioni della meccanica classica possano in generale non dar luogo a soluzioni stabili per particolari configurazioni di corpi e forze, è ormai riconosciuto. Questo è il cosiddetto “caos deterministico”.

Ma la sua esistenza contrasta con il fatto ben noto che la materia è stabile, ordinata e capace di mutamenti descrivibili in modo preciso. Un enorme mutamento della fisica è avvenuto con la teoria dei quanti. L’evoluzione di un sistema fisico, secondo la teoria quantistica, non segue, come nella fisica classica, una traiettoria ben definita, alla maniera di un disciplinato granatiere prussiano, ma piuttosto ne segue molte simultaneamente, in modo fluttuante, come un ubriaco appena uscito dall’osteria. Di qui il nome “zitterbewegung” dato dai pionieri tedeschi della fisica quantistica al moto di un oggetto. Questa moderna concezione quantistica appare straordinariamente simile alla concezione del moto di Epicuro, che Tito Lucrezio Caro ha efficacemente espresso nel “De rerum natura”.

La teoria quantistica raggiunge la sua massima potenzialità, quando il sistema considerato è un sistema di particelle accoppiate con un campo di forze dipendenti dal tempo, capaci di non annullarsi a grandi distanze, un campo a lunga portata.3 Esempi di tali teorie dei campi sono l’elettrodinamica che descrive le interazioni fondamentali nella materia ordinaria e la cromodinamica che descrive le interazioni fondamentali tra i quark, che sono i componenti elementari costituenti i cosiddetti adroni, i quali includono protoni e neutroni. La potenzialità della teoria quantistica dei campi ha cominciato ad essere sfruttata solo recentemente.4

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Storia delle ricerche di frontiera sulla memoria dell’acqua

scritto il 30 gennaio 2010 da Ing. Claudio Cardella |  un commento  

Convegno: Sette anni di lavori sulle frontiere della scienza
Data: 14 dicembre 2006
Luogo: Università “La Sapienza” – Roma
Relatori: Ing. Claudio Cardella, Giuliano Preparata, Jacques Benveniste

La storia della memoria dell’acqua s’intreccia inestricabilmente con lo sviluppo dell’omeopatia moderna poiché questa presuppone quella, in assenza di un principio attivo chimicamente osservabile.

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Considerazioni sul meccanismo d’azione del rimedio omeopatico

scritto il 30 gennaio 2010 da Ing. Claudio Cardella |  8 commenti  

Periodico: Alba Magica
Data: luglio 2007
Autore: Ing. Claudio Cardella

Occorre innanzitutto spiegare brevemente in cosa consiste e come viene elaborato un rimedio omeopatico.

Nel caso più comune, che è quello delle centesimali hannemaniane (CH), una goccia di principio attivo che può essere vegetale, minerale, animale viene diluita in 99 gocce di acqua per ottenere una diluizione del principio attivo di 1/100. Questa soluzione viene poi “dinamizzata” ossia agitata energicamente un certo numero di volte. Questa procedura di diluizione e dinamizzazione produce la prima diluizione omeopatica centesimale indicata come 1CH. Poi si prende una goccia di questa soluzione e si diluisce ancora in 99 gocce di acqua e così di seguito, sempre dinamizzando la soluzione tra una diluizione e l’altra. Otteniamo così le diluizioni omeopatiche centesimali successive alla prima, ossia 2CH, 3CH, … e così via. Quindi il rimedio omeopatico è un principio attivo che viene ripetutamente diluito nell’acqua e dopo ogni soluzione viene agitato, o “succusso”, che è il termine usato in omeopatia.

La peculiarità dell’omeopatia, su cui continuano ad accanirsi i sui detrattori, è che il principio attivo, dopo le prime tre o quattro diluizioni, non è più reperibile dal punto di vista chimico nella soluzione; ciò significa che una 4CH è chimicamente indistinguibile dall’acqua con cui è stata preparata.

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